In principio era il sasq’ets, l’uomo selvatico tramandato nella tradizione orale dei Salish, le popolazioni indigene della costa del Pacifico nord-occidentale, a cavallo tra Stati Uniti e Canada. Uomo dalle grandi orme, talvolta benevolo, talvolta dispettoso, talora crudele e feroce, questo gigante delle foreste era rispettato e temuto. Superstar dei racconti del folklore locale, avvistato più e più volte, il sasq’ets ricordava con una morale un po’ affettata l’importanza della convivenza con gli altri popoli e del rispetto della natura.

Il primo uomo bianco a innamorarsene fu un insegnante canadese e agente governativo per gli affari indiani, J.W. Burns, assegnato a una riserva indiana della Columbia Britannica, che nel 1929 raccolse in un articolo pubblicato dal MacLeans Magazine – contro il volere degli abitanti del posto – i racconti degli indigeni sui loro incontri con i sasq’ets. “Era un uomo – un gigante, alto ben sei piedi e mezzo, e ricoperto di peli”, scrisse Burns citando le parole di un uomo locale inseguito dal selvaggio, storpiandone il nome e ribattezzandolo sasquatch.